Un mese nel cuore della Transizione

Deborah Rim Moiso ci racconta Totnes, il centro propulsivo del Movimento per la Transizione, dove sta lavorando al fianco dei fondatori per fare delle barriere linguistiche nuovi ponti verso un futuro di resilienza e abbondanza.

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Incredible edible totnes transitione
Il progetto Incredible Edible a Totnes. Aiuole commestibili sparse per la città. Foto di Marco Matera

Ci siamo salutati alla stazione, mentre si concludeva il mio viaggio “lento” via treno dall’Italia al Regno Unito, per trascorrere le tre settimane seguenti a lavorare negli uffici del Transition Network, l’ufficio centrale del movimento di Transizione, a Totnes, nel Sud dell’Inghilterra. I giorni sono volati, comincia a fare freddo da queste parti e il maglioncino che ho portato non basta più. Il treno attraverso la Manica riparte tra poco, e mi trovo a riflettere sul tempo passato nel verde Devon.

Coltivare la resilienza

Penso sia esperienza comune di chi dedica tempo ed energie alla permacultura, alla transizione, o a simili processi per il cambiamento personale e sociale, trovarsi travolti in un flusso di eventi che sembra arrivare a sopraffarci. Le informazioni che riceviamo dal mondo sono allarmanti, urgenti, terrorizzanti. Le attività e i progetti sono complessi da gestire, il tempo sembra non bastarci mai. In più ci mettiamo l’attenzione e la cura delle relazioni, ed eccoci sfiniti.

Uno degli esercizi che più mi hanno colpito dal lavoro della Transizione Interiore affronta questo tema. “Se ho soltanto un minuto per riposarmi, per ricaricarmi, in una situazione di stress, cosa posso fare?” Resilienza è anche imparare a riposarsi in corsa. Spesso pongo questa domanda ai gruppi di Transizione con cui lavoro e le risposte che raccolgo si somigliano: “Respirare. Chiudere gli occhi. Cantare. Sdraiarmi. Osservare. Uscire all’aperto.”

“E se abbiamo cinque minuti?” “Chiamare un’amica. Ballare. Ascoltare musica. Fare un esercizio di yoga.” E se abbiamo un’ora? E un giorno? Voi cosa fate nel quotidiano per coltivare la resilienza?

In riunione con la Transizione di diversi paesi

I miei giorni a Totnes sono trascorsi spostando l’attenzione su più livelli. La rete internazionale, il Transition Network, si occupa della governance e della comunicazione di un sistema complesso fatto di hub nazionali in diversi paesi (tra cui l’Italia), di una moltitudine di iniziative locali, e di altri attori, tra cui finanziatori, fondazioni, interlocutori a livello europeo, come la rete degli ecovillaggi ed ECOLISE, una rete delle reti che include permacultura, transizione, ecovillaggi ed altri soggetti.

Dreaming in tongues transizione
Il mio ruolo è facilitare le comunicazioni tra lingue diverse: in questo ambito stiamo preparando un sito internet che mostra la ricchezza di materiale prodotto in francese, portoghese, spagnolo, coreano… e italiano naturalmente (molto di questo è lavoro fatto dalla squadra di Permacultura &Transizione, che sempre sia lodata).

Gran parte delle mie giornate questo mese sono trascorse in riunioni con persone che si occupano di Transizione in Paesi diversi. È un privilegio sentire le storie di Annielieke che si occupa di arte e transizione in Portogallo. Di David che lavora per facilitare la rete francese. Di Soran, che ha aperto una scuola di permacultura in Corea del Sud. [FB: permacultureschoolkoreahttp://cafe.daum.net/Permaculture]

Per ulteriori info: https://transitionnetwork.org/blogs/rob-hopkins/2016-03/dreaming-tongues-multi-lingual-adventure-begins

Alla scoperta di Totnes

Allo stesso tempo, progetti in Italia richiamavano la mia attenzione, mentre la mia volontà era di immergermi nel quotidiano della vita a Totnes. Ho conosciuto Hal Gillmore, la guida turistica della Transizione, che mi ha tirata via dalla scrivania per accompagnarmi a conoscere l’ecosistema del fiume Dart, in canoa. Qualche giorno dopo, sono andata con lui alla scoperta dei progetti di orticoltura sparsi per la città, alla stazione, dietro il campo di rugby. Ho degustato la birra locale, scoperto che a Totnes si fa anche il vino e mangiato, al festival del cibo locale, con ingredienti provenienti da un raggio di 50 km intorno alla città.

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Hal Gillmore durante un tour sulla Transizione a Totnes. Sullo sfondo gli uffici del REconomy Centre. Foto: Marco Matera

A mezz’ora di passeggiata lungo il fiume si trovano i boschi di Dartington, sede dello Schumacher College, istituto dove da 25 anni si tengono corsi universitari con nomi come Ecological Design Thinking e Holistic Science, insieme a corsi pratici di agro-ecologia. Edifici usciti da un film di Harry Potter punteggiano un paesaggio di forest garden, alberi di mele, orti ben curati. Tra una casetta in bioedilizia e un frutteto carico, aule e biblioteche. Non mi faccio mancare l’occasione di conoscere studenti ed insegnanti: tutti sono curiosi di sapere che cosa succede in Italia… e io me ne approfitto per farmi invitare a pranzo. Ogni persona che incontro ha progetti affascinanti da raccontare e mettere in rete

Riposare in corsa

Quando le esperienze si accumulano, coltivare la resilienza significa anche avere delle pratiche per fare quello che chiamo “riposare in corsa”. Possiamo dirci “mi riposerò quando sarà domenica” o “quando andrò in vacanza” o “quando vado in pensione”, ma questo ci mette a rischio di non riposarci mai. Sento lo stress che si accumula, nei miei ultimi giorni a Totnes, e cerco nella cassetta degli attrezzi della facilitazione qualche metodo che mi possa aiutare.

Strumenti di resilienza e celebrazione

Sophy Banks, che ha creato i Transition Training e si è occupata per molto tempo della formazione per la Transizione, sogna un movimento, anzi un mondo, in cui tutti abbiamo sempre le energie che ci servono, e non esiste il burn-out, l’esaurimento.
In Dragon Dreaming, una metodologia di progettazione ideata da John Croft, si fa spesso riferimento alla celebrazione. Celebrare non solo come fare festa, ma soprattutto come momento per raccogliere i risultati, il feedback, raccontare la storia di quel che accaduto, e ricaricarsi di energie.

coltivare resilienza

Raccontare il mio viaggio è una celebrazione. Le due birre locali che mi sono scolata alla Totnes Brewing Co. ieri sera era una celebrazione. Ed eccone un’altra, un modo di raccogliere gli eventi. Nella mia esperienza, questo aiuta a conoscere noi stessi, a dirigere le nostre energie, a integrare il passato per evolverci verso il futuro che emerge. Il mio invito, per coltivare resilienza e andare incontro il cambiamento, è che ciascuno di noi si crei degli strumenti di resilienza e celebrazione come questi e, ancora meglio, li condivida.

totnes-mercato-localeTre cose che vedo ancora nella mente:

  1. Gli alberi di mele dello Schumacher College, potati con maestria, carichi di mele di tante varietà diverse. Interfilare di lamponi e uva spina. Perma-abbondanza.
  2. Il punto in cui l’acqua salmastra del fiume Dart incontra una diga, un impianto idroelettrico di dimensione umana, comprensibile. Accanto uno spazio tagliato nel corso del fiume per permettere ai salmoni la risalita: tecnologia appropriata.
  3. I colori delle case sulla strada. Qualcuno che ridipinge una facciata azzurro brillante. Un’altra è viola, un’altra gialla canarino. Anche le persone sono vestite così. Totnes ha una reputazione di posto hippy o fricchettone; per me la varietà e la diversità sono un sollievo rispetto al solito contegno british.
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Il fiume Dart che attraversa Totnes. Foto: wikipedia

Tre sapori che ricordo:

  1. La birra locale. Per i miei gusti, molto troppo “piatta” e con poca schiuma. Ma un’amarezza interessante e berla sotto ghirlande di luppoli locali non ha prezzo.
  2. I vegetariani non me ne vogliano, ma dopo la giornata in canoa sono tornata con una borsa di cozze appena raccolte dall’estuario del fiume Dart. Qui lo chiamano foraging, la raccolta del selvatico.
  3. Le lasagne che ho preparato per tutto l’ufficio. La mia presenza tra gli iper-lavoratori inglesi ha creato pause più lunghe e pranzi collettivi… in questo non c’è sfida: Italians do it better.
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Una delle birrerie locali a Totnes

Tre persone che mi hanno colpita:

  1. Claire Mills, la coordinatrice della Transizione Interiore. Con un passato da attivista e degli occhi azzurri che fulminano, in una persona sola tutto lo spirito della transizione: piedi per terra e occhi al cielo.
  2. Hal Gillmore, la guida turistica in Transizione. Usare parole semplici e concetti chiari, tenere sempre la porta aperta a chi è curioso di saperne di più.
  3. Ok, Rob Hopkins. Sempre disponibile, accessibile, sorridente. Cloniamolo.
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Rob Hopkins e Hal Gillmore durante una guida visitata a Totnes organizzata da Futurebound

Tre modi che ho riscoperto per fare le cose “di Transizione”:

  1. Con pragmatismo. Ogni volta che comunichiamo delle informazioni, ricordiamo di offrire anche idee e possibilità per come mettere in pratica un cambiamento. Tipo: avete già cambiato gestore energetico? La campagna di Italia che Cambia è qui: http://www.italiachecambia.org/cambia-la-tua-energia/
  2. Con apertura. La prima guida al cibo locale creata dal gruppo di Transition Town Totnes contiene produttori biologici e non, che usano solo ingredienti locali e non, del commercio equo e non. Offrire informazioni e spazio per tutti. Nessuno è perfetto, tutti siamo in transizione.
  3. Dietro le quinte. Offrendo spazi e supporto perché nascano progetti, senza bisogno di metterci l’etichetta… e senza la pressione di fare tutto noi.

Tre progetti che mi hanno ispirata:

  1. Il Local Enterpreneur Forum. Persone con idee imprenditoriali le presentano alla cittadinanza. Chi siede nel pubblico è invitato a offrire il suo supporto, che può essere economico o in altra forma (consulenze, servizi, prodotti…). Le risorse del territorio sono così “sbloccate” e messe a disposizione dell’economia locale. Semplice e funzionale.
  2. Le visite guidate di Futurebound. Pratiche di turismo con consapevolezza. Oltre alle informazioni e alle storie, momenti di interazione, inviti a interagire con il paesaggio e con le persone attivamente. Questa gliela copio subito (http://urinoymeir.wixsite.com/songlines/inizio)
  3. Il Food Festival. Una celebrazione del cibo locale. Mettere un limite chilometrico alla provenienza degli ingredienti e farlo come un gioco, una sfida: quanto riusciamo a mettere in tavola? Che sapore ha il nostro territorio?
Pannelli solari Totnes in Devon.
Vista dall’alto della città di Totnes in Devon. Credits: http://www.ashden.org/winners/tttotnes11#ds-photos

Tre momenti preferiti a Totnes:

  1. In canoa sul fiume con gli studenti di Scienze Ambientali, una gita che comincia con una domanda fatta a tutti: “Tu, da che fiume vieni?” Riflettiamo insieme sulle intricate relazioni che tengono insieme un ecosistema, la storia, la geografia, la gestione del paesaggio, le vicissitudini dei popoli, l’economia, gli animali e le piante.
  2. Cenare al pub con Rob Hopkins, Sophy Banks, Naresh Giangrande, Claire Mills, gente del Transition Network, membri di fondazioni e insegnanti dello Schumacher College. Alle prime mi chiedo cosa ci faccio io qui, ma poi racconti dall’Italia affascinano tutti, ci invidiano il calore, l’umanità, e le Transition Fest!
  3. Salire in alto sulla collina sopra Totnes e vedersi davanti una distesa di pannelli solari. Praticamente su tutti i tetti. E mangiare le more selvatiche da lassù, mentre sotto il paese si anima per il mercato del sabato.
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