Arte e permacultura. Un tentativo

Agrigentérotique, mostra presso la Farm di Favara, ispirata ai principi della permacultura, con note critiche dele opere esposte.

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Nel luglio del 1966 Agrigento fu colpita da una frana. La causa fu, essenzialmente, lo scellerato utilizzo del suolo. In altre parole invece, parole che non risultano nei verbali ufficiali, la causa, a mio avviso reale, fu il fraintendimento di ciò che la natura rappresenta per l’uomo: meramente un palco su cui recitare il desiderio di dominio.

A testimonianza di ciò, riguardo alle condotte che favorirono irreparabilmente il negativo progresso dell’edilizia, si prenda lettura prima della riduzione delle aree tutelate da vincoli di bellezza naturale e artistica, poi delle approvazioni dei piani di fabbricazione intercorsi precedentemente al 1966 (un buon testo è: Calogero Miccichè, “Agrigento frana”, 2003).

Dopo mezzo secolo, in cui poco è cambiato veramente, soprattutto dal punto di vista paesaggistico, e non solo ad Agrigento, ma in gran parte della Sicilia, dove il cattivo gusto estetico ha purtroppo prevalso distruggendo, oltre le zone naturali, anche le costruzioni storiche (in un certo modo “sensate”), mi è sembrato doveroso ricordare l’evento con gli strumenti di cui dispongo: curando una mostra.

La mostra intitolata “Agrigentérotique”, adesso alla Farm di Favara, che ha accolto le opere similmente a “sfollati” cui è stata violata la serenità domestica, è stata progettata un anno fa, e si è ispirata ai principi della permacultura – non poteva essere altrimenti, per un collegamento logico con il tema trattato- stringendo a sé un desiderio di fondo: avviare, coraggiosamente, un percorso di separazione, seppur lento, dalle regole schizofreniche di cui è “impastato” il sistema dell’arte contemporanea, divenuta, negli ultimi anni, l’opposto dei principi che l’hanno da sempre sostenuta, smarrendo addirittura la sua capacità di ironizzare (eironeia, no?) e di osservare infantilmente.

Agrigentérotique permacultura siciliaPer questo motivo insieme agli artisti abbiamo tentato un passo di “transizione”, un cambiamento di comportamento, e forse un passo all’indietro: a quando l’arte era narrazione, focalizzazione al locale, non necessariamente espressione della bellezza, ma fascino della conoscenza. Perché, come abilmente sostiene Jean Baudrillard, l’arte contemporanea «a differenza dell’arte classica non esercita il dominio simbolico della presenza e della trascendenza», ma «esercita solo il dominio simbolico della sparizione».

Le installazioni, dai titoli in latino, che fanno beffa del toponimo fascista odierno della città, sono differenti nello stile e hanno mantenuto la figura (anche questo aspetto è da considerarsi un atto di permacultura in arte, dato che il mercato ha, nei secoli scorsi e tuttora, proposto commercialmente il suo opposto), incorniciata da soluzioni “scenografiche” composte da materiali poveri o di riutilizzo, i cui dettagli formali sono esposti sinteticamente nei testi presenti qui sotto.

Salvo Barone, in “Obstupesco”, ha illustrato due donne e un uomo in atteggiamento smarrito, le cui posizioni anatomiche, che sembrano tratte da fotografie storiche, sono prive di qualsiasi riferimento preciso, perché indefinibile è l’atmosfera che li avvolge. Essi, come se fossero stati appena sfollati e desiderassero comprendere il loro destino, immobilizzati in un costante presente, appaiono in cerca di conforto, osservando inermi la tragica frantumazione della propria abitazione, ma divengono involontariamente parte di un ipotetico appartamento franato, il quale potrebbe essere il loro, abbandonato in fretta per mettersi in sicurezza, congelato dal tempo.

Salvo Barone, con Obstupesco (2017). Foto: Gerlando Sciortino

Momò Calascibetta, in “Cui prodest?”, ha analizzato ironicamente l’inettitudine dell’artista contemporaneo al tempo della speculazione edilizia in Italia, il cui sforzo non è mai stato all’altezza di produrre opere che potessero fronteggiare il potere, favorendolo invece egoisticamente. La fronte corrugata del protagonista solitario suggerisce il senso di sofferenza durante l’atto poietico, il cui mancato prodotto, sottolineato dalla carta igienica intonsa intorno, dimostra che ancora tanto deve essere fatto. La percezione della realtà interna è influenzata dalla scelta prospettica, giocando meravigliosamente con i chiaroscuri dei panneggi, inscrivendo la scena in una dinamicità espressivamente forte.

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Momò Calascibetta, Agrigentérotique. Foto: Gerlando Sciortino

Alfonso Siracusa, in “Error communis”, ha recuperato oggetti collegati storicamente alla frana, inserendoli in un contesto caratterizzato dalla duplicità, rendendo evidente una frase della celebre inchiesta Martuscelli. Le reti metalliche, divise in basso dal coltello che effettua un taglio con il passato, riportano le stelle della Marina militare raffiguranti la costellazione del cancro. Più avanti una finestra, che incornicia un pilastro del viadotto posto dirimpetto la città, se aperta svela, sotto l’influsso di simbologie alchemiche riattualizzate, la vittima della frana posta su una mappa della città recante punti di interesse franoso, il cui mancato intervento allarma l’osservatore allo specchio.

Alfonso Siracusa, Agrigentérotique. Foto: Gerlando Sciortino

Info:
“Agrigentérotique”,
a cura di Dario Orphée La Mendola
Presentazione 19 giugno 2017
Inaugurazione 19 luglio 2017
Presso: Farm Cultural Park, Favara.
Contributi multimediali Giuseppe Miccichè ed Elìa Zaffuto. Organizzazione tecnica Salvo Sciortino. Foto Gerlando Sciortino.

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