Transizione, permacultura e peoplecare. Intervista a Looby Macnamara

Rob Hopkins intervista Looby Macnamara, insegnante di permacultura e autrice del libro "People & Permaculture: caring and designing for ourselves, each other, and the planet". Secondo il suo editore è "Il primo libro che esplora come utilizzare il design e principi permacultura sulle persone in modo da ripristinare il benessere personale, sociale e planetario."

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Peoplecare nella Permacultura e transizione
Looby Macnamara, autrice di People & Permaculture

Articolo originale pubblicato il 21 gennaio 2013

Ho iniziato il mio viaggio nel mondo della permacultura nel 1999. Durante il mio corso di permacultura sono stata molto ispirata dal metodo didattico, che ha risvegliato tutta la mia creatività e il desiderio di far parte di un movimento che cerca di dare soluzioni per il mondo. Poi, nel corso degli anni mentre insegnavo permacultura, ho compreso che la permacultura era più che un semplice modo di fare giardinaggio e che potesse essere utilizzata per trasformare la nostra vita e le nostre relazioni rendendoci tutti persone più felici, più sane.

Un’altra cosa che mi ha spinto a scrivere il libro è stata la consapevolezza che spesso ci imbattiamo in cose inaspettate quando cerchiamo di fare progetti. Nei design di permacultura proviamo a girare intorno i fattori limitanti, quindi se abbiamo qualcosa che limita la nostra esistenza occore prestare attenzione al nostro progetto di vita.


Ascolta l’intervista originale di Rob Hopkins a Looby Macnamara (In inglese)

Questo mi ha portato a pensare – come possiamo utilizzare i principi di permacultura e il design in tutti gli aspetti della nostra vita? Di fatto, è stato scritto poco in merito. Sebbene ci siano stati tanti permacultori che hanno inserito questo aspetto nei loro diplomi di permacultura, nessuno prima lo ha fatto in modo così esplicito; così mi sono decisa e ho cominciato questa avventura.

Sembra straordinario, no? La permacultura per 30 anni ha creato in modo esplicito le tre etiche Earth Care, People Care e Fair Share, ma di fatto ci sono voluti 30 anni perché uscisse il primo libro che puntasse l’attenzione proprio sulla Cura delle Persone. Cosa ne pensi?

Mah, non saprei. E ‘stata una vera sfida sia scrivere questo libro che credere in me stessa abbastanza per scriverlo. Una delle prime cose che dovevo fare era riformulare la convinzione che avevo bisogno di essere una persona perfetta per toccare un tasto delicato come PeopleCare. Lo dovevo fare perché probabilmente non avrei mai scritto questo libro. La mia convizione più difficile da abbattere era: se nessuno ha scritto un libro del genere è perché non ci sono ancora in giro le competenze adatte per farlo.

Sembra una questione controversa, di fatto tutti noi siamo coinvolti nella Cura delle Persone, al contrario non tutti i permacultori sono direttamente coinvolti nella cura della terra. Prestando più attenzione alla cura delle persone stiamo dando più rilevanza alla Permacultura perché la stiamo divulgando a molte più persone.

Pensi che potremmo affermare che il libro abbia un approccio più femminile, intuitivo e forse – dato che la permacultura è qualcosa avviata da due uomini, con una predominanza di docenti uomini – che ci sia voluto più tempo affinché le donne facessero sentire la loro voce in permacultura?
Persone Permacultura Looby Macnamara
People & Permaculture: Caring & Designing for Ourselves, Each Other and The Planet

Penso che ci sia voluto più tempo per le donne per avere voce in capitolo. Mi ricordo la mia insegnante di permacultura, Pippa James (ora Johns), che mi disse che era diventata insegnante di permacultura perché qualcuno le ha detto “ci sono pochissime insegnanti donne in permacultura, abbiamo bisogno più donne”. Questo ha ispirato il mio percorso e così sono diventata un’insegnante di permacultura e finalmente posso dire la mia.

Quando ho scritto il libro ho cercato con difficoltà di bilanciare il lato femminile con quello maschile e di non cadere nel “oh, all we need is to love e andrà tutto bene”, ma al contrario dare un taglio molto pragmatico. Come utilizziamo i principi di permacultura e l’approccio di progettazione come faremmo con la progettazione di un pezzo di terra?

Se noi progettassimo, ad esempio, un gruppo in transizione, come applicheremmo in realtà la permacultura con un approccio pragmatico, sistematico che ci permette di creare un gruppo sinergico, invece di un gruppo che va in pezzi per via delle varie fazioni politiche? In pratica, ho provato a bilanciare il lato maschile e quello femminile, concentrandomi sugli aspetti del design.

Coloro coinvolti in un’iniziativa o gruppo in transizione che stanno ascoltando questa intervista o leggendo questo articolo, come possono trovare utili gli strumenti che hai messo insieme nel libro?

Penso che questo libro possa essere utile a vari livelli. Il primo è a livello personale, riguardo le nostre convinzioni, i nostri modelli, i nostri bisogni e i modi di pensare e come questi influenzano il nostro comportamento. Tutto il nostro paesaggio interno incide sul nostro comportamento dei modelli che seguono certi schemi. Se abbiamo la necessità di cibo, il modello (o pattern) è che andiamo al supermercato e comprare qualcosa che potrebbe proviene dall’estero. Ecco, questo è lo schema che abbiamo per soddisfare i nostri bisogni. Con l’avvento del picco del petrolio di Hubbert siamo costretti a cambiare questi modelli in favore della costruzione di comunità più resilienti che promuovano le risorse locali. Abbiamo tutti il sentore che dobbiamo fare i conti con questo passaggio che per forza di cosa di porterà a uno stato di Transizione.

Occorrerà riformulare i nostri schemi mentali e le nostre abitudini quindi ci toccherà un periodo di apprendimento. Molti di noi, nella società odierna, hanno paura di vivere senza la tecnologia/tecnocrazia. Tutte queste cose ci rendono immobili e non ci danno la forza di scegliere una vita basata sulla cultura della sostenibilità come il movimento della Transizione sta facendo: tracciare la strada. Quindi, a livello personale, che fa anche eco alle nostre credenze collettive, troviamo nel libro molte informazioni su come possiamo diventare più consapevoli. In questo modo, abbiamo una guida su come il nostro paesaggio interiore diriga tutte le nostre scelte. Ecco, questo è il primo livello.

Il livello successivo, direi il più utile, è quello di adattare il nostro paesaggio interno al modo in cui operiamo come gruppo. Credo che questo sia davvero la chiave di volta del movimento della Transizione – come possiamo lavorare bene insieme, come possiamo prendere decisioni insieme, come possiamo tenere incontri che siano divertenti e produttivi. Questo è sicuramente uno dei punti deboli della Transizione.

So che un bel po’ di iniziative e gruppi in Transizione hanno avuto dei problemi e forse non sono stati in grado portare avanti le loro attività per via delle fazioni interne.

Poi c’è un ulteriore livello. La parte successiva è: come possiamo agire su un livello sociale e come possiamo facilitare cambiamenti culturali, che è quello che la Transizione sta cercando di fare, sta cercando di facilitare un intero cambiamento culturale sul pensiero e comportamento contemporaneo.

Assolutamente. E’ una faccenda interamente politica, come dici tu, cioè qualcosa che può mettere gruppi di Transizione in fase di stallo. Siamo influenzati da una cultura che da troppo tempo esalta l’individualismo e siamo sempre meno disposti a dotarci di quei tipi di competenze che ci permettono di comunicare in un altro modo. Pensi che in realtà tali competenze sono facili da imparare e possono essere utilizzate in qualsiasi tipo di contesto?
Definizione della cultura di gruppo
Definizione della cultura di gruppo

Una delle prime cose è quello di riconoscere quali siano le competenze da imparare. Questo non significa necessariamente entrare in un gruppo sapendo come si lavora insieme, probabilmente abbiamo bisogno di fare un passo indietro e formalizzare che, in qualche modo vogliamo essere coscienti della cultura all’interno del gruppo. Come vogliamo che tutti abbiano la possibilità di esprimersi, come possiamo introdurre nuove persone nel gruppo, come possiamo prendere decisioni insieme. Sono tutte cose che diamo per scontato e che pensiamo di saper fare, ma probabilmente non è così. Così dovremmo cominciare a domandarci – come faremo a operare come un gruppo, quale cultura ci sarà in questo gruppo?

Una volta formalizzati questi aspetti, occorre capire quali competenze apprendere affinché ci possano supportare nel lungo termine.

Parte di questo aspetto rafforzerà quell’energia del ‘dai facciamo qualcosa!’, quel senso di urgenza e di importanza che ci fa correre e cominciare ogni attività, con la necessità di porre le basi all’organizzazione del gruppo. Questo è qualcosa che ho osservato nei gruppi in Transizione come in coloro che fanno permacultura, quell’equilibrio tra ‘dai facciamo qualcosa!’ e ‘dobbiamo fare attenzione al processo’. Come si fa a bilanciare tutto ciò?

Questo è sicuramente una delle tensioni che si verificano nei gruppi. Alcune persone dicono “Su dai, andiamo avanti con il lavoro” e sono molto task-oriented, cioè orientate al compito, e ci sono altre persone che sono molto process-oriented, cioè orientate al processo e tendono a rallentare. Il segreto è avere un equilibrio tra i due e quindi è necessario dare attenzione a entrambi i gruppi. É un po’ simile al processo della preparazione del terreno prima di piantare il nostro giardino, prestare attenzione alle fasi iniziali della cultura del gruppo può dare i suoi frutti nel lungo periodo.

Può sembrare un lavoro invisibile, è come costruire il suolo e mettere il compost e lasciare che faccia il suo lavoro. Spesso è più facile concentrarsi sulle fasi iniziali, piuttosto che cercare di porre rimedio a qualcosa quando qualcosa va storto, come dire “oh, no, e ora cosa facciamo?” E’ molto più difficile da gestire a posteriori.

Come si possono descrivere le qualità un gruppo che sia dotato delle competenze di cui parli e di un gruppo che invece non ce le ha? Cosa c’è di diverso?

Penso che un gruppo che abbia la cultura del “lavoriamo su ogni singolo individuo” dia più spazio alle iniziative di ogni partecipante. In ogni gruppo si evolverà una cultura particolare, basta solo gettare le basi sin all’inizio. Quando insegno ai corsi, noi impostiamo la cultura del corso dicendo come vorremmo operare come gruppo. Una volta fatto questo, tutti si sentono parte integrante del gruppo, e ognuno si prende parte della responsabilità sul gruppo e della voglia di dire qualcosa. Questa è una cartina di tornasole sul “dove stiamo andando ora, è questo in linea con dove vogliamo andare?” C’è molto più senso di sicurezza e fiducia in un gruppo che ha espresso la sua cultura. Credo che questo possa essere un punto di riferimento molto forte.

Immagina qualcuno che sta andando al suo primo incontro di un gruppo di transizione, quale consiglio daresti? Di quali strumenti potrebbe avere bisogno e come potrebbe utilizzare quel primo incontro per gettare le basi?
Permacultura sociale cura persone
Looby Macnamara, corso di Permacultura

Credo che una delle cose più importanti è fare in modo che tutti si sentano in grado di esprimere la loro voce. Questo può essere fatto in modi molto semplici, ad esempio si può cominciare facendo un giro preliminare di presentazioni, invitando tutti a dire il loro nome, ed esprimere la loro gratitudine per qualcosa che sia successo quella settimana, o qualcosa che li ha entusiasmati – è un buon modo per dare a tutto lo spazio per parlare. Si può fare lavorando in coppie in cui le persone si ascoltano a vicenda in modo da sviluppare le nostre capacità di ascolto. Sono strumenti semplici che permettono a tutti di sentirsi parte del gruppo.

Ce ne sono altri più complessi, che si possono utilizzare. Penso che se si tratta di un gruppo che ha intenzione di lavorare insieme per un lungo tempo valga la pena di dire “quali sono le linee guida sulle quali vogliamo lavorare?”

Ad esempio, cosa succede quando qualcuno non è presente a una riunione? Possiamo prendere decisioni senza di loro o no?

Una delle cose che ho notato qui a Totnes è stato che a volte se facciamo un grande evento pubblico, mentre c’è la persona in piedi sul palco che parla, tutti lo stanno ad ascoltare. Ma non appena c’è da interagire con gli altri del pubblico, ci sono sempre quei 5 o 10 che si alzano e vanno via. Ci sono alcune persone alle quali l’idea di mettere le sedie in cerchio causa una sorta di rigetto come se fosse una sorta di attività da “terapia di gruppo”. Pensi che le risorse e gli strumenti che hai messo insieme possono essere utilizzati in qualsiasi situazione o qualsiasi circostanza o no?

È molto interessante ed evidenzia le differenze culturali che abbiamo, anche nella stessa città, fra chi sedeva in cerchio e chi no. Dipende molto dall’abilità del facilitatore vedere quali passi si possono fare senza far alienare le persone. Si tratta di una linea molto sottile tra il tentativo di fare qualcosa che piace a tutti, che alla fine probabilmente non piace a nessuno, o come possiamo oltrepassare i nostri confini, quali confini decidiamo di estendere.
Alla fine dipende dagli obiettivi che ci siamo posti. Se si tratta di un incontro pubblico e stiamo veramente cercando di parlare con tutti, dobbiamo agire con cautela per cercare di coinvolgere proprio tutti. Se si tratta di qualcosa che è forse più facoltativa per le persone coinvolte, e davvero vogliamo che le persone siano in grado di lavorare insieme nel lungo periodo, allora forse abbiamo bisogno di prendere una direzione diversa.

Prima hai ci hai detto che utilizzare i principi della permacultura può essere di aiuto ai Gruppi in Transizione e in effetti ne parli in una sezione del tuo libro. Cosa pensi del contrario? Dalla tua esperienza sui Gruppi di Transizione che cosa pensi che la Permacultura possa imparare dalla Transizione?

Una delle grandi cose che la Transizione ha saputo fare, e in cui la Permacultura ha ancora enormi difficoltà, è il divulgarsi con successo in tutto il mondo. I Gruppi in Transizione sono riusciti a farlo così in fretta – sembrano aver dato una risposta concreta ai bisogni di un sacco di gente e dato loro gli strumenti per unirsi e lavorare assieme rapidamente. Penso che sia stato un grande dono che la Transizione ha portato ed è qualcosa che sicuramente la Permacultura ha da imparare.

Forse la parola ‘Transition’ è più riconoscibile per le persone rispetto alla parola ‘Permacultura’ … sarà per questo ?! Penso che sia stato molto interessante osservare la rapidità di diffusione della Transizione e credo che sarà molto interessante vedere come la Transizione crescerà e si svilupperà nel corso dei prossimi anni, perché è ancora molto giovane, davvero.

Pensi che una campagna con una buona dose di attivismo potrebbe aver successo senza prestare l’attenzione ai suoi aspetti culturali?

Credo che coloro che fanno campagne di sensibilizzazione tengano conto dei nostri bisogni interiori, parlano al nostro livello inconscio senza che ce ne accorgiamo. Credo che quando siamo in grado di farlo, quando siamo in grado di parlare davvero alla gente e cambiare mentalità, allora diventerà uno strumento abbastanza potente. Penso che sia la Permacultura che la Transizione stiano cercando di infondere alla gente una mentalità basata sull’abbondanza. Noi possiamo avere questa abbondanza nelle nostre vite e nelle nostre comunità. Siamo in grado di costruire il futuro che vogliamo. Quelli sono davvero potenti messaggi, che, se le persone sono disposte a accettare, possono davvero ispirare e motivarci.

Quale sarà il tuo prossimo passo?
Corso Facilitatori Permacultura Looby Macmanara
Corso Facilitatori Permacultura Looby Macmanara

Ho un paio di idee. Mi sto riposando in questo momento e sono in attesa di vedere ciò che emerge da questo libro. Ci sono alcuni libri che mi piacerebbe scrivere, ma non ho ancora deciso, in questo momento sto facendo dei corsi basati su People & Permaculture in modo che le persone possano venire a conoscenza del design sul “sistema-persona” e su come possiamo usare la creatività dei principi di permacultura e design in tutti gli aspetti della nostra vita per creare una cultura del vivere sostenibile. Quest’anno sto facendo corsi e spero che troveremo presto un posto per creare un training centre.

Per i corsi di permacultura di Looby in Italia clicca qui.

Traduzione: Marco Materahttp://www.eupc.it/events
Fonte: http://transitionculture.org/2013/01/21/transition-permaculture-and-peoplecare-an-interview-with-looby-macnamara/

Looby MacNamara terrà una serie di talk e workshop all’EUPC2016 di Bolsena. Per maggiori informazioni clicca qui
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Rob Hopkins è il co-fondatore di Transition Town Totnes e del Transition Network, un ente di beneficenza progettato per supportare le numerose iniziative di Transizione emergenti di tutto il mondo. Blogger professionista, autore di The Power of Just Doing Stuff e cura i tweets @robintransition. Ha scritto The Transition Handbook e The Transition Companion, e ha di recente concluso il suo dottorato di ricerca presso l'Università di Plymouth. Inoltre, ha ricevuto un dottorato onorario dall'Università di West of England. Egli è un Ashoka Fellow, un giardiniere appassionato, uno dei fondatori del New Lion Brewery a Totnes e il direttore di Atmos Totnes.

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