PERMACULTURA – MANUALE DI PROGETTAZIONE Capitolo 5 – Fattori Climatici

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fattori climatici mollison
Fattori Climatici, PERMACULTURA – MANUALE DI PROGETTAZIONE Capitolo 5 - Bill Mollison

Estratto della traduzione italiana del quinto capitolo di Permaculture. A Designers’ Manual di Bill Mollison.

Ringraziamo Giuseppe Birardi e i ragazzi del MEDIPERlab per averci dato la possibilità di convidere questa preziosa risorsa.

Il progetto di traduzione del Manuale e questa campagna di crowdfunding sono rivolti a tutta la comunità italiana che, per passione o missione, si occupa di Permacultura.

Per contribuire alla campagna di crowfunding basta cliccare al link

http://buonacausa.org/cause/manuale

NB. Il testo qui presentato non è la versione definitiva, il libro è in corso di revisione.
Buona lettura

5.1 INTRODUZIONE

I fattori climatici influiscono in modo determinante sulle specie e tecnologie impiegate nel nostro sito di progettazione, e costituiscono il fattore primario per la scelta degli assemblaggi di strutture, animali e piante da utilizzare. C’è un’intima relazione che lega un luogo con i suoi fattori climatici, e gli elementi che possono influenzarla sono molteplici: le pendenze, la configurazione della valle, la vicinanza alla costa, l’altitudine, sono solo alcuni esempi. Altri fattori, come il fuoco e gli effetti del vento, sono da ritenersi invece subordinati alle caratteristiche del sito e del clima, come anche la scelta delle strategie più adeguate per ogni settore.

Tratteremo uno per uno tutti i fattori meteorologici che definiscono il clima, ma non dobbiamo perdere di vista la loro interazione complessa e continuamente variabile. Queste interazioni vengono rese ancora più imprevedibili dall’intervento di altri fenomeni:

  • Tendenze a lungo termine innescate dall’interazione relativa delle orbite della terra, del sole e della luna;
  • Cambiamenti nella composizione gassosa dell’atmosfera terrestre causati da fenomeni vulcanici, l’inquinamento industriale, le attività agricole e forestali;
  • Fattori extra-terrestri come meteoriti, perturbazioni nelle correnti a getto nella parte alta dell’atmosfera, la circolazione degli oceani, la fluttuazione del campo magnetico terrestre e le eruzioni solari.

C’è un generale consenso della comunità scientifica sul fatto che la variazione climatica mondiale (ed il verificarsi di fenomeni estremi) sia in aumento. Possiamo ragionevolmente aspettarci un graduale aumento della frequenza di alluvioni, siccità, periodi con temperature estreme o venti molto intensi.

Separando gli studi del clima da quelli delle condizioni della superficie della Terra, abbiamo creato climatologi che sanno poco o niente degli effetti sul clima globale esercitati da elementi come foreste, inquinanti industriali, agricoltura e albedo (la proporzione di luce riflessa rispetto a quella ricevuta). Non c’è più alcun dubbio che le nostre azioni a livello locale abbiano un grande effetto sul clima sia locale che globale.

Continuando ad inquinare l’atmosfera, stiamo correndo rischi immotivati, e forse fatali

Dal momento che la previsione del clima potrebbe rimanere anche per sempre una scienza inesatta, dobbiamo prevedere una certa variabilità quando progettiamo un sito. Una strategia fondamentale è quella di distribuire il rischio del fallimento di una coltura attraverso la coltivazione di diverse specie e varietà, e con strategie differenti. Questo sistema di coltivazione mista “a prova di fallimento” ha un’importanza fondamentale per l’autosufficienza regionale, e rinunciare all’effetto tampone creato dalla biodiversità è la causa principale del regime di “abbondanza o carestia” che affligge attualmente i mercati mondiali.

Nella progettazione delle abitazioni, l’interazione tra massa termica (per accumulare calore) ed isolamento (per mitigare gli estremi di temperatura), affiancata ad un corretto posizionamento nel sito, permette di trovare soluzioni sicure ed efficienti per una grande varietà di climi. Strategie come l’accumulo dell’acqua ed il posizionamento di frangivento hanno la capacità di modificare gli effetti dei fenomeni estremi. Molte specie vegetali ed animali dimostrano una grande tolleranza climatica, e per quasi tutte le specie alimentari sono state sviluppate cultivar locali. In molte situazioni la varietà di cibo che è possibile coltivare negli orti domestici cambia solo leggermente.

Nell’ambito della progettazione siamo interessati ai valori medi tanto quanto agli estremi. Nella progettazione di un sito specifico, misurazioni come le “precipitazioni medie” hanno davvero poca rilevanza, mentre hanno più importanza i dati sulle oscillazioni stagionali, come anche l’affidabilità, l’intensità, ed i limiti delle variazioni registrate in ogni fattore climatico. Questi dati determinano limiti pratici che è necessario includere nella progettazione.

Chi si trova a progettare o insegnare in differenti zone climatiche del globo farebbe bene a leggere trattati più generali come quello di Eyre (1971) e James (1941), o testi moderni di biogeografia. Questi scritti trattano anche i pattern mondiali della vegetazione in relazione ai fattori climatici.

La totalità dei fattori relativi alla configurazione del territorio impongono limiti specifici al progetto, come anche i dati relativi alle caratteristiche del suolo. Per questo, in una progettazione non c’è nulla che possa sostituire l’osservazione sul posto, gli aneddoti della gente del luogo, le mappe dettagliate dei fattori locali, le liste di piante e animali che hanno già avuto successo, e le analisi del suolo.

È compito di ogni progettista studiare le modalità dell’adattamento a lungo termine al clima regionale, sia dal punto di vista agricolo che umano. Più di ogni altra cosa, nelle zone aride o tropicali dovremmo evitare di introdurre su larga scala tecniche e specie proprie dei climi temperati (europei). Gli aborigeni non erano solo “semplici e primitivi” come siamo stati portati a credere dalla letteratura dei loro invasori. Le pratiche indigene di gestione agricola e pastorale sono spesso accuratamente calibrate per la sopravvivenza; a volte sono molto produttive, e soprattutto non dipendono dagli aiuti esterni.

frangivento manuale permaculturaCaratteristiche fondamentali dei frangivento

Si tratta di una tematica abbastanza conosciuta, e spesso presso i consulenti o i dipartimenti forestali o agricoli è possibile ottenere liste di specie localmente adatte per i frangivento.

Le caratteristiche essenziali sono:

  • Una buona selezione delle specie da utilizzare come pioniere (facile gestione e crescita rapida);
  • Iniziale protezione delle piante per prevenire danni meccanici o del vento (tramite involucri o recinti);
  • Irrigazione periodica o a goccia per ridurre lo stress idrico;
  • Ancoraggio tramite pietre o pacciame;
  • Posizionamento di specie con 40-50% di permeabilità al vento nella prima linea o come piante dominanti;

Molte specie resistenti al fuoco sono anche resistenti al vento; con il supporto di questo genere di piante è possibile piantare altre specie resistenti alla siccità ma facilmente soggette ad incendi (per es. pini). Spesso queste piante sono accomunate dalle stesse modalità di affrontare lo stress idrico e l’impatto della sabbia trasportata dal vento.

Ecco alcune caratteristiche:

  • fusti fibrosi (per es. palme);
  • Foglie carnose (aloe, agavi, Euforbiacee);
  • Foglie o parti del fusto dure e aghiformi (pini, tamerici, Casuarina, alcune Acacie);
  • Superficie fogliare coperta da peluria (tomentosa), o cerosa (per es. Coprosma, eucalipti, alcune specie di pino, alcune Acacie);

Alcuni modi di ottenere una protezione per la fase iniziale:

  • Sacco di plastica individuale aperto alle estremità messo attorno a pali di sostegno(un metodo comune ed efficace per la piantumazione);
  • Cumuli o riporti di terra con una lunghezza maggiore rispetto alla linea alberata;
  • Barriere di ramaglie, o anche recinzioni in rete metallica o palizzate con il 40% di permeabilità al vento;
  • Graminacee coriacee e cespitose (tussock) lasciate crescere nel lato sopravento (non tagliare se già presenti).

In aree particolarmente ostili è possibile combinare anche tutti i metodi elencati

Le file di alberi sopravento sviluppano generalmente un portamento a bandiera, motivo per cui le specie più alte vengono posizionate sottovento rispetto a questa prima fascia. Nelle zone costiere e nei deserti i frangivento hanno la massima priorità per gli orti: gli alberi da frutto o frutta a guscio più sensibili al vento possono non produrre nulla finché le prime 4-5 file di alberi si siano sviluppate in modo adeguato.

A volte la costruzione di strutture frangivento stabili fornisce un’alternativa più immediata, ma è necessario creare un andamento sinuoso (se si usano materiali come il laterizio o i mattoni di terra cruda) o a zigzag (se di legname), in modo da fornire una migliore resistenza alla forza del vento, almeno finché la vegetazione non sia cresciuta sufficientemente su entrambi i lati. Un cumulo di terra può essere modellato in modo anche più aerodinamico, e fornisce una soluzione più resistente. Le fosse create per ottenere il materiale di riporto possono avere invece la funzione di raccogliere l’acqua o dare protezione alle piantine.

Altre volte è possibile costruire barriere con vecchi pneumatici

Anche se non sono belli da vedere (a meno che non vengano sistemati e piantumati in modo regolare), sono capaci di creare un grande calore al loro interno, costano molto poco, e possono essere rimossi una volta terminato il proprio compito. Le recinzioni in rete metallica, se costruite in maniera appropriata e provviste di una robusta traversa all’estremità superiore, possono fornire la struttura per impiantare una “siepe-recinto” con rampicanti dalle foglie resistenti. Nelle zone costiere vengono facilmente ricoperte da piante rustiche e semi-succulente come Rhagodia, Tetragonia; Carpobrotus o Mesembryanthemum. Allo stesso modo, i muri di pietra o i pneumatici possono essere ricoperti da grandi rampicanti e cactus, tra cui alcune specie sono ottime piante mellifere, o producono frutti e bacche commestibili.

Nelle zone costiere aride, esposte ai venti salini, è raro che le chiome degli alberi crescano più di 46 cm in altezza per ogni metro di larghezza. In queste situazioni deve essere prevista una buona larghezza dei frangivento con piante pioniere, a meno che non sia possibile far attecchire specie rustiche come il pino di Norfolk nella parte sopravento. Comunque sia, dal momento che questa lenta lotta per la crescita comincia già a livello del terreno, una qualsiasi recinzione, costruzione, banco di terra o barriera è sufficiente a fornire un’ottima base di partenza con uno spessore molto minore (Figura 5.15 D). Anche delle semplici recinzioni o cumuli di terra di 46-62 cm di altezza, saranno sufficienti a far crescere sottovento patate dolci, fragole o cavoli. Le chiome pesantemente “potate” dal vento non devono rimanere necessariamente spoglie: se c’è sufficiente acqua e pacciame a disposizione, sotto di esse possono crescere diverse colture floricole, rampicanti e piccole piante da frutto.

cespugli frangivento permacultura

Nelle zone costiere, le fasce boscate frangivento permettono di ricavare piccole radure larghe 6-9 m, in modo da fornire il giusto riparo per l’orto e allo stesso tempo garantire un’adeguata esposizione al sole. C’è un certo fascino in questo genere di sistemi costieri: fitti cespugli alti 3-3.5 metri nascondono piccole capanne, raggiungibili attraverso sentieri sabbiosi; a volte la chioma si apre su piccoli appezzamenti coltivati con il pacciame e irrigati con l’acqua di scarto. In queste condizioni, gli alberi da frutto, una volta acquisita una forma stabile, richiedono solo raramente potature manuali. In questi casi, viene da chiedersi se il vento non costituisca invece un vantaggio, costringendo ad un lavoro accurato in spazi compatti, punendo ogni trascuratezza, ed incoraggiando l’uso di acque di scarto.

Bill Mollison, Permacultura, Manuale di Progettazione (1988)

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Un orticoltore appassionato, ed un buon osservatore dall’infanzia, Giuseppe ha un carattere paziente, che gli permette di dedicarsi a discipline differenti con lo stesso entusiasmo. Ha svolto attività di ricerca presso la cattedra di Antropologia Culturale all’Università di Roma, e tenuto workshop di Interaction Design in Italia, Germania e Brasile. Ha lavorato come consulente di Project Development, musicista, guida turistica, educatore, terapista shiatsu. La Permacultura per lui è uno strumento ed una via di ricerca. Dopo aver frequentato il primo PDC con Rhamis Kent (PRI) ed essere entrato nel MEDIPERlab nel 2015, attualmente si occupa di coordinare il lavoro di traduzione di “Permaculture, A Designers’ Manual” di Bill Mollison.

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