Dal deserto all’Etna. La contessa della Permacultura

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Contessa dell'Etna, Maletto (CT). Foto di Edite, Il Giro del cappero

A pensarci, c’è sempre un deserto nelle vite delle persone, con cui convivere più o meno consapevolmente.

Il deserto può assumere forme diverse, ma c’è.

In città, addirittura, può diventare una gabbia di cemento, anche se lì a confonderci sono una serie di attività e movimenti frenetici, come si fa col criceto, che gira a vuoto, dentro uno spazio chiuso.

C’è chi, poi, come Andrea un deserto di sabbia l’ha conosciuto veramente, in Arabia Saudita. C’è rimasto tre anni. Ci ha lavorato notte e giorno, arrivandoci con un talento, il suo.

“Il pensare che con le mani puoi fare non ha prezzo” dice, restando per qualche attimo in silenzio. A quanti è rimasta oggi questa capacità?

La deve a suo padre, quando gli fece conoscere attrezzi semplici come un martello o un cacciavite, e lui, da bambino, iniziò a creare delle piccole cose manuali.
Lentamente questa sicurezza si è manifestata in tutte le fasi della sua vita, quando se ne presentava l’occasione: Andrea ha sempre saputo che se ci metteva impegno e usava l’intelletto avrebbe potuto fare qualsiasi cosa aveva davanti.

E, intanto, è cresciuto, vivendo le sue prime esperienze di lavoro.
Un giorno, mentre si trovava in Spagna per raccogliere arance, ha ricevuto un’email per partecipare, a Roma, ad un bando di selezione di tecnici supervisori per il gruppo Eni. E lui ci è andato.

Si sono presentati in 1700. Al termine, sono rimasti in trenta, compreso lui.
E’ seguita una strana selezione di sei mesi, quasi un corso di sopravvivenza, chiusi in uno scandinato, senza aria condizionata e tavolini, a prendere gli appunti sulle gambe tutto il giorno, dalla mattina alla sera. Nessuna garanzia del posto di lavoro.

Andrea, però, è andato avanti con la sua solita sicurezza ed Eni lo ha fatto studiare ancora per un anno come ingegnere. Al termine di questo percorso, è arrivato il suo primo incarico: costruire in un deserto dell’Arabia Saudita insieme ad altri un desalinizzatore.

Cantiere e baracca, baracca e cantiere ogni giorno. Ha iniziato ad avere tutto da subito.
Pagato benissimo, è stato servito e riverito, tutti i suoi viaggi sono stati rimborsati da Eni, ogni due mesi e mezzo è stato a casa per venti giorni, ma Andrea dopo un anno ha iniziato a guardarsi allo specchio e a non riconoscersi più.

Non aveva più la consueta sicurezza di prima, ma, soprattutto, è stata quel perderla ad aprirgli gli occhi su ciò che voleva fare veramente.

Aveva la stabilità economica, ma non c’era la sicurezza di vivere una vita giusta, serena, in una parola, umana.

Nel deserto lui guadagnava, ma aveva la sensazione chiara di scambiare il denaro con la sua libertà. “Tu mi dai i tuoi privilegi e io ti regalo la mia vita” spiega così Andrea quel periodo.
Aveva pure fatto un orto dietro la tenda, nel deserto, ma figurati cosa doveva crescere a 52 gradi all’ombra.

Di fronte alla proposta di uno dei maggiori contrattori di petrolio al mondo di restare in Arabia Saudita, Andrea ha dato le sue dimissioni irrevocabili. Fisicamente e mentalmente non ce la faceva più.

Nel frattempo, vicino Maletto, sull’Etna, suo padre aveva scoperto per caso un terreno, l’unico della zona senza “si vende”, abbandonato e del quale non si capivano più i confini.

Ginestre e alberi selvatici erano dappertutto

“Guarda che forse ho trovato una cosa per te” gli ha detto il padre nel loro collegamento serale su Skype, perché il figlio voleva uno spazio selvaggio con una grande varietà di alberi, dove potere ripartire da zero.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Tornato dalle sue ferie, Andrea ha aperto il cancello di quel luogo e ha trovato il disastro: alberi e spine ammassati, che impedivano la vista di ogni cosa.
“Questo è il posto che comprerò, sicuro al 1000 per mille” ha detto al padre vicino, dopo una piccola passeggiata, fra le macerie e la spazzatura di ogni cosa distrutta dal tempo e dall’abbandono.

Non si sapeva chi fossero i proprietari. Con un amico, però, è riuscito a risalire agli eredi, che non vivevano più in Sicilia e a contattarne uno al telefono, al quale ha esposto candidamente il suo desiderio.

“Non ho mai venduto in 15 anni ma nella sua voce c’è qualcosa che mi dice che glielo devo vendere” è stata la risposta dall’altra parte della cornetta.
Hanno iniziato, quindi, a preparare le carte per la cessione, mentre Andrea è ripartito per l’Arabia Saudita, dove ancora non era concluso il suo lavoro. Era l’estate di cinque anni fa col deserto, però, dietro l’angolo.

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Foto di Edite, il giro del cappero

Subito dopo, una mattina di luglio, hanno dato fuoco alla sciara incolta, poco fuori il confine del pezzo di campagna, che stava comprando.

C’era un vento da Nord con oltre 42 gradi di caldo. Il fuoco è entrato dentro, incontrando un terreno abbandonato, e ha bruciato tutto, interamente. Di quella campagna non è rimasto più niente. Tutto finito.

Ovviamente non sapevano come dirglielo. E’ stato il padre a prendersi di coraggio e a comunicarglielo piangendo al telefono, alla sera.
”Se la signora mi viene incontro col prezzo, io quel terreno lo compro” è stata la risposta di Andrea dopo tre giorni di silenzio. E così è stato.

C’è voluto un anno, solamente per ripulire il luogo dall’enorme quantità di rifiuti naturali e resti della stalla, andata anch’essa a fuoco.

Un altro deserto, per uno strano gioco del destino…

Dopo avere gestito sino all’anno prima, in Arabia Saudita, un cantiere di 12.000 persone, Andrea ha cominciato a realizzare da solo, in questa parte di Sicilia, tutto quello che aveva pensato e progettato.

Quando è andato a vivere lì, non c’era elettricità, impianti idraulici e cucina. Per un anno ha vissuto con le candele, tirando l’acqua col secchio dal pozzo e riscaldandola al sole su alcune mattonelle di pietra lavica.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Quell’anno, Andrea ha vissuto la ruralità dei suoi nonni prima della guerra, con le case senza niente.

“E’ stata un’esperienza, però, bellissima” ci dice, per capire che l’essenziale basta ed è alla portata di tutti. Tutto il resto è una sofisticazione, un vizio. E questi vizi potrebbero continuare all’infinito se vi dedichiamo tutte le nostre energie.

Non aveva voglia di ritornare nel suo paese, dove aveva tutte le comodità

Ripartire da questa campagna a qualsiasi costo, forse, però, era un modo per continuare quella forma d’isolamento, che gli era entrata in testa nel deserto arabo. Una forma di annullamento, che poteva costare caro.

 

Andrea ha vissuto da subito le insidie del nuovo deserto, che si era dato, buttando fuori persone ogni giorno. C’era, infatti, chi entrava per prendersi la legna, chi per rubare attrezzi etc.

Quando ha capito la logica della pietra lavica, ha realizzato i muretti a secco che non conosceva, per recintare quello spazio.

Ha osservato a lungo il posto e ha notato che piante di zafferano crescevano spontanee nelle vicinanze. Ne ha seminato qualche bulbo, che adesso sono diventati sessanta mila, da cui ci ricava uno zafferano rosso di altissimo pregio.

Ha piantato alberi di frutta e di ulivo. Oche, galline e qualche pecora sono diventate le sue collaboratrici rurali.

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Foto di Edite. Il giro del cappero

Oggi quel deserto è diventato, finalmente, un’oasi e un laboratorio didattico per chi volesse imparare le tecniche di coltivazione in permacultura. L’ha chiamato Contessa dell’Etna.

Lui, la sua regina, però, ce l’ha accanto. E’ la compagna, che nel frattempo è arrivata dopo tanto isolamento, e che lo guarda con occhi pieni di amore.

mariarita andrea contessa etnaIl deserto è sempre un’opportunità. Basta capirlo e attraversarlo, senza consumare all’inizio tutta l’acqua della borraccia.

Per saperne di più su La Contessa dell’Etna
https://www.facebook.com/groups/312201185575571/

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