Mario, la permacultura e le belle

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Mario Carbone, il giardino delle belle. Foto di Edite, Il giro del cappero

Mario ha l’accento campano, ma vive a Butera, in Sicilia. Faceva il grafico pubblicitario vicino Napoli.

Un giorno, si è ritrovato per caso un terreno in abbandono con settecento ulivi, lasciatogli dal nonno siciliano. Stanco di fare la vita che faceva, ha reagito e si è trasferito in questo angolo della campagna siciliana.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Davanti a tutti questi ulivi, si è chiesto subito perchè una persona debba fare per forza una monocultura e non possa piantare tante altre cose? Con questa convinzione, degli alberi da frutto hanno cominciato a sostituire un po’ di ulivi.

Mario aveva delle idee, ma erano sempre un po’ confuse nel mare di una vita in cambiamento. Poi è successa una cosa che è stata per lui illuminante: il fuoco.

Il suo terreno è stato completamente incendiato in maniera dolosa, ma istruttiva per lui, perchè gli ha fatto capire per primo la zona e i metodi agricoli del posto. Ha capito che il fuoco in Sicilia è un modo di fare. Intanto è una tradizione popolare. Serve a fare un dispetto al vicino o a dare sfogo al pazzo del paese.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Il fuoco è anche un metodo agricolo. Qualsiasi cosa, che diventa giallina e secca, da Giugno in poi viene bruciata, perchè si pensa che il terreno debba essere perfettamente vuoto. O viene arato o viene bruciato. Un terreno con l’erbetta sopra, secca o verde, è considerato sporco e a livello visivo dà fastidio.

Il fuoco viene appiccato al terreno di Mario, perchè aveva l’erba altissima, non avendo scelto nè di arare e nè di applicare le tecniche agricole tradizionali e locali. “Uno nuovo, che viene da Napoli, sarà sicuramente un truffatore. Diamogli fuoco” Mario sintetizza così in maniera ironica quello che forse si sarà pensato in paese.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Da lì in poi ha capito la zona e ha iniziato a difendersi, tagliando l’erba e facendo i parafuochi senza rimandarli a quando avrebbe avuto altro tempo. E’ iniziato, così, il suo “giardino delle belle“, un progetto in aridocultura dove le piante crescono senza acqua, a parte quella piovana accumulata in un grande buco, che in inverno diventa un laghetto.

Ha fatto arrivare quasi ventri metri cubi di pietra. C’erano dei cumuli altissimi. Ha pensato che avrebbe impiegato una vita per fare i suoi muretti a secco. Invece, nel giro di un anno, le pietre sono finite perchè nel frattempo sono passati da lì alcune centinaia di volontari che gli hanno dato una mano.

I settecento ulivi iniziali sono diventati poco più di duecento. Il laghetto e una serie di accumuli, dove viene raccolta l’acqua piovana, permettono di utilizzare l’acqua quando non piove. Lo stesso lavoro farà un tetto coibentato per raccogliere la rugiada notturna e riversarla in un serbatoio vicino.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Se ti guardi intorno sembra un deserto, ma nel giardino ci sono oltre cento alberi da frutto davvero rigogliosi. Ha il ciliegio che lì in zona muore a tutti quanti. Lui ne ha 3 che stanno in perfetta salute. Non è riuscito a mangiare ancore ciliegie perchè gli uccelli arrivano prima di lui. Quando però gli alberi saranno grandi, ce ne saranno così tante che dividerà le ciliegie con gli uccelli.

Una roulotte viene utilizzata come sala cinema con un proiettore a led che funziona ad energia solare. Mario ospita volontari in agricoltura. In quattro anni sono arrivate oltre duecento persone da tutto il mondo.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Ci avviciniamo ad un gazebo con il tetto autoportante senza colonna in mezzo, costruito secondo il diaframma progettato da Leonardo da Vinci. Con un piccolo impianto di pannelli solari alimenta le luci del giardino durante la sera, il frigorifero, gli utensili elettrici per i lavori del campo, le batterie della bicicletta elettrica con cui va e viene dal paese, ma anche quelle per vedere i film.

Il giardino delle belle ha oltre cento diversi alberi da frutto, un centinaio di essenze e tutto quello che cresce spontaneamente lì da sempre, cercando di ottenere la maggiore biodiversità possibile.

Perchè ha chiamato così il suo giardino?

Lasciato in sospeso è estremamente evocativo, perchè fa pensare alle belle donne, alle belle cose e alle belle storie, come la sua.

Foto di Edite, Il giro del cappero

Per far resistere le piante al clima caldo e secco del posto, ha proceduto a farle soffrire, nel senso che inizialmente è stata data loro un po’ di acqua, giusto per tenerle in vita, in maniera tale che queste piante sviluppassero delle radici molto profonde.

Gli alberi che vengono normalmente irrigati hanno le radici in superficie, per cui nel momento in cui smetti d’irrigarli non ce la possono fare. Gli alberi presenti adesso sopravvivono senza alcuna innaffiatura, anche se fa un caldo terribile.

C’è stato, inoltre, un uso massiccio di balle di paglia, per fare pacciamatura (o copertura) intorno alle piante. Anche a quaranta gradi, sotto la paglia c’è sempre umidità.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Infine c’è la totale assenza di aratura o lavorazione del terreno, che fa aumentare nel tempo la sostanza organica che c’è dentro. Più sostanza organica c’è, più acqua si accumula nel terreno, che diventa una vera e propria spugna.

Ci sono due grandi modi per tarpare le ali alla vita umana, secondo Mario che vive splendidamente la sua vita da single. Gli adulti li fanno sposare e i giovani li fanno drogare. Sono due strumenti silenziosi che usa il potere per ridurre la resistenze delle persone.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Con la droga i giovani non hanno più l’energia e la voglia di ribellarsi. La famiglia non dà più agli adulti il tempo per opporre resistenza. “Con le droghe, le tasse, il mutuo della casa, i bambini a scuola non hai più tempo per pensare a vivere” dice Mario.

In permacultura l’80% del lavoro è la progettazione. Poi c’è un 20% di attività pratiche che, quando tutto è in equilibrio, consiste nella raccolta dei frutti e nella pulitura del giardino.

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Foto di Edite, Il giro del cappero

Chiediamo a Mario se il senso ultimo della vita, forse, non sia vivere in un giardino. Ci risponde di si, però non si deve sapere, altrimenti lo fanno tutti.

Diciamolo, però. Magari qualcuno ci ascolta.

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