Il papavero, il fiore scarlatto di Demetra

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papavero permacultura sara
Papavero. Foto di Sara Elke Carozzo

Il papavero è uno dei fiori dell’infanzia. Non ricordo neanche quando ho imparato il suo nome, però ricordo che con mia nonna facevamo le bamboline: piegando i petali in giù rimane la capsula dove si formeranno i semi protesa verso l’alto, circondata dalla sua corona di stami neri, che sembra la testa di una ballerina, con una lunga e fluente gonna rossa. Nella mia fantasia di bambina era una ballerina spagnola, qualcosa tipo una danzatrice di flamenco credo, forse a causa dei colori.

papavero petali corollaMa con i papaveri si possono fare tanti giochi: con lo stimma (il disco in cima alla capsula) si possono fare degli stampini che lasciano un’impronta a forma di asterisco, buoni sia per la pelle, sia per fare da cornicetta ai miei disegni, ottenuti a volte sfregando i fiori sul foglio per ottenere i colori. Credo che mia nonna provasse un certo disappunto a vedere così mutilato il suo giardino, eppure non ricordo che mi abbia mai sgridato per questo.

E poi, quando avevo voglia di imitare i grandi, i petali sottili del papavero, fatti in piccoli pezzi e leccati da una parte, diventavano uno smalto che neanche la regina delle fate ce l’aveva così bello. Ammesso che la regina delle fate si colorasse le unghie.

papavero petali permaculturaI semi, così piccoli e scuri, abbondantissimi al riparo delle capsule, erano sicuramente una polvere magica di cui ogni incantesimo che si rispetti non poteva fare a meno.

Così il papavero mi ricorda tante cose; non ultima il nome popolare che mi ha insegnato mia madre: fantina. Infatti a primavera, prima che spuntino i fiori scarlatti, le piante di papavero, le fantine, possono essere raccolte, l’intera rosetta o foglia per foglia (devo ammettere che difficilmente ho il coraggio di raccogliere la pianta intera, vorrebbe dire non vedere fiorire i papaveri). Scottate in acqua bollente diventano una gustosa verdura da mangiare condita con olio e sale, oppure da aggiungere a ripieni e misticanze primaverili. E’ un erba dal sapore delicato, non come alcune altre spontanee che conservano un retrogusto decisamente amaro che parla di selvatichezza. Così andavamo a caccia di fantine per i prati, per poterne gustare una volta di più il gusto tenute, che nella mia mente saprà sempre di primavera.

Crescendo, ho scoperto che il papavero ha una lunga tradizione, era uno dei fiori di Demetra, la bionda signora delle messi fra cui i papaveri crescevano abbondanti, e di Ipno, il Sonno, a causa delle proprietà sedative dei fiori.

papavero fantine permaculturaPerò il papavero mi ha insegnato anche qualcosa di importante con i suoi fiori rossissimi: da sempre mi sarebbe piaciuto catturare quel colore così vivo, la consistenza dei petali appena sbocciati e stropicciati, simili alla carta velina, che poi diventano liscissimi e quasi impalpabili, anche adesso mi piacerebbe farne corone, metterli fra i capelli o in un vaso vicino al letto per poterne godere anche quando non sono nella natura. Ma non si può: appena raccolti, i papaveri perdono i petali e rimane solo lo stelo con la capsula dei semi, anche cogliendo i boccioli, durano pochissimo.

Così, questi fiori non si possono prendere, non se ne può conservare vivo il colore, bisogna lasciarli dove sono. Non se ne può catturare l’essenza in maniera duratura. E se da una parte mi dispiace, e tanto, dall’altra ho imparato che ci sono cose in natura che non vanno toccate, che per quanto belle, non è proficuo né per me né per loro intromettersi nel loro ciclo; come i cuccioli degli animali selvatici, che per quanto siano gli esseri più teneri del mondo non vanno mai accarezzati, se no poi la madre non li riconosce più come propri.

capsula dei semi papaveroQuesto mi ricorda molto il concetto di zona V della permacultura: quella parte che viene lasciata allo stato naturale, dove l’attività principale svolta dall’uomo è quella di osservare, studiare, meditare, capire come funziona l’ecosistema. Ai fini di un produttivismo spinto sembrerebbe inutile, ma ha invece un’importanza enorme se si vogliono studiare ed applicare i modelli naturali alla progettazione di uno spazio, se si vuole interrogare la bellezza selvatica, così com’è.

Il papavero mi ha insegnato proprio questo: che bisogna saper riconoscere il confine oltre il quale è dannoso intromettersi, che la non intromissione è una capacità da sviluppare, che non tutta la bellezza può essere colta solo per sé stessi, anche, o soprattutto quando, vorresti tingere il tuo essere del rosso dei papaveri. Ma in fine, per fortuna, Natura è provvida di molte cose: ad ogni maggio, i papaveri tornano a rosseggiare fra l’erba.

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La prima volta che ho sentito parlare di Permacultura è stato nel 2011: tramite l’agricoltura sinergica sono arrivata alla Tabacca, un progetto in permacultura sulle alture di Genova Voltri. Nel 2013 lascio gli studi di lettere classiche per iniziare a viaggiare in Italia e all’estero, e scoprire possibilità alternative al solito iter studio-lavoro-casa, tramite wwoofing, volontariato e soggiorni in comunità e realtà rurali. Intanto la collaborazione con la Tabacca diventa più stretta, e nel 2016 mi stabilisco per un periodo nelle vicinanze, collaborando con la comunità del luogo e seguendo un PDC. In tutti questi anni porto avanti l’amore e la curiosità per le piante spontanee e officinali, la loro storia ed il loro utilizzo; questo seme prezioso, trasmessomi da mia madre, viene innafiato con gli studi e la vicinanza quotidiana, crescendo con me. Fondamentale è stato anche il percorso svolto con vari gruppi di donne dalle quali ho preso e dato conoscenze, energia, ascolto, comprensione, amore. Questo insieme di cose mi ha portato ad interessarmi oltre che di permacultura, anche di vita comunitaria, autosostentamento e autoproduzione, botanica e storia della medicina naturale e ad un tipo di spiritualità che potrei definire “ecologica”. Le parole con cui immagino il mio futuro sono “comunità”, “autosostentamento”, “natura”, “amore”, “creatività”, “femminile”, “scrittura”.

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