Silene vulgaris, Storie di Donne e di Dee

Silene Vulgaris, o Sculpit, molto ricercata in gastronomia fra le migliori erbe commestibili, ma solo prima della fioritura. Dal sapore dolce e delicato, si mangiano sia crude, sia cotte (come gli spinaci), in risotti, minestre, ripieni, ravioli e frittate.

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Silene vulgaris. Foto di Sara Elke Carozzo

Visto che ho imparato a conoscere le piante fin da bambina, per me ognuna ha una sua storia particolare, mi ricorda momenti, persone, storie. Sia per la forma, conosciuta come quella di una vecchia amica, sia per odori, colori, per la consistenza di foglie e petali. Molto proustiano insomma, e così nella mia testa c’è un atlante di piante che vanno a braccetto con canzoni, erbe che mi stanno antipatiche a prescindere, fiori che mi fanno sorridere, foglie che mi parlano di tanti anni fa.

Una di queste è la Silene vulgaris, comunemente conosciuta come Strigolo, Erba cucco o semplicemente Silene. Non ci credo che non l’avete mai vista, è una pianta diffusissima e fra le più conosciute, perché con le sue cimette primaverili, prima della fioritura, si preparano risotti dal gusto delicato, e i suoi fiori con cinque petali bianchi con calice a “palloncino” si possono scoppiare, attività alla quale qualsiasi bambino che è stato almeno 5 minuti in campagna si è dedicato con perizia.

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Foto di Sara Elke Carozzo

La conoscenza di questa erba è ben radicata nella mia famiglia

Viene dalla mia bisnonna, friulana d’origine, trasferitasi per matrimonio sul Lago di Garda, la quale ha portato con sé, insieme a dote e storie, la sua denominazione della Silene vulgaris: Scuplit. Da lei è passata a mia nonna, a mia madre, ed ora a me, e mi ha accompagnata fin sulle rive del Mar Ligure. E mi piace pensare a come una denominazione botanica popolare abbia attraversato tutto il Nord Italia, sulla lingua della mia linea femminile. Mi piace pensare a quante di queste foglie sono passate fra le loro mani, e prima ancora fra le mani delle loro madri e nonne, indietro chissà quanto nel tempo; penso a generazioni di donne che raccolgono erbe per nutrire i propri figli perché non c’è altro, per curare le affezioni del corpo e dello spirito, per ornare l’immagine di qualche Dio o Dea con il semplice omaggio di fiori di campo; penso che alla fine di questa linea ci sono anch’io, e ne sono grata. Ed ora ci siete anche voi.

silene vulgaris sculpit sara carozzo
Foto di Sara Elke Carozzo

Come per tutte le piante il cui nome ho imparato prima in dialetto, ci ho messo un po’ a capire quale fosse il nome latino ufficiale, e visto che la mitologia è un altro dei miei amori, anch’esso mi ha affascinato: sembra infatti che Silene derivi da Sileno, il padre dei sileni appunto (esseri in parte umani ed in parte cavalli), compagno di Dioniso, il Dio del vino e dell’ebbrezza, e del suo corteggio di uomini e donne festanti.

In età ellenistica veniva rappresentato come un vecchio ubriaco con una gran pancia sporgente, e forse è proprio per la rassomiglianza fra il ventre e i calici del fiore, che questo genere ha assunto la denominazione di Silene.

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Sileno, padre dei Sileni. Credits: http://www.cassiciaco.it/navigazione/africa/romanitas/dei/sileno.html

Per altro, qui in Liguria i germogli di Silene vulgaris (ma anche Silene alba) vengono chiamati Carletti, ma in questo caso non so chi sia questo Carlo di cui si parla, né per altro che c’entra il cucco con la Silene vulgaris.

Così, questi sono i pensieri che mi attraversano la mente quando mi chino a raccogliere gli Scuplit: donne d’un tempo per le quali raccogliere erbe era un’azione quotidiana; divinità dissacranti e allegre; madri, nonne e bisnonne anche loro chinate sulla terra come me, e non posso fare a meno di sorridere.

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La prima volta che ho sentito parlare di Permacultura è stato nel 2011: tramite l’agricoltura sinergica sono arrivata alla Tabacca, un progetto in permacultura sulle alture di Genova Voltri. Nel 2013 lascio gli studi di lettere classiche per iniziare a viaggiare in Italia e all’estero, e scoprire possibilità alternative al solito iter studio-lavoro-casa, tramite wwoofing, volontariato e soggiorni in comunità e realtà rurali. Intanto la collaborazione con la Tabacca diventa più stretta, e nel 2016 mi stabilisco per un periodo nelle vicinanze, collaborando con la comunità del luogo e seguendo un PDC. In tutti questi anni porto avanti l’amore e la curiosità per le piante spontanee e officinali, la loro storia ed il loro utilizzo; questo seme prezioso, trasmessomi da mia madre, viene innafiato con gli studi e la vicinanza quotidiana, crescendo con me. Fondamentale è stato anche il percorso svolto con vari gruppi di donne dalle quali ho preso e dato conoscenze, energia, ascolto, comprensione, amore. Questo insieme di cose mi ha portato ad interessarmi oltre che di permacultura, anche di vita comunitaria, autosostentamento e autoproduzione, botanica e storia della medicina naturale e ad un tipo di spiritualità che potrei definire “ecologica”. Le parole con cui immagino il mio futuro sono “comunità”, “autosostentamento”, “natura”, “amore”, “creatività”, “femminile”, “scrittura”.

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