Si può vivere di permacultura? O è una trappola per sognatori?

La permacultura è in grado di fornire un elevato potenziale di produzione e valore aggiunto, anche più del biologico. Ma occorre un investimento a lungo termine. Kris­ten La­ga­dec affronta la difficile questione analizzando un modello che è ancora tutto da perfezionare.

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Vivere permacultura design

Prologo

Un giovedì sera a fine gennaio, durante un ciclo di tavole rotonde mensili alcuni attivisti nei paraggi di Marcillac hanno invitato Linnea Lindstroem al caffè Pruines per parlare di permacultura. Ci saranno stati tra 70 e 80 partecipanti, cosa alquanto inusuale per un tema così specialistico e una zona così sperduta. Per me, questa è la prova che in Francia qualcosa si sta muovendo sul fronte della permacultura e della transizione.

Nel dibattito che è seguito dopo la presentazione, qualcuno ha sollevato una domanda che mi ha particolarmente colpito. Nessuno dei presenti, né la relatrice e neppure noi poveri aspiranti permacultori, è stato in grado di fornire una risposta soddisfacente. Approssimativamente, la domanda può essere riassunta così: “Possiamo vivere di permacultura?

Si può vivere di permacultura?

Ovviamente, la questione è più complessa di quello che sembra, ma ammetto di avere la vaga sensazione che in permacultura si guadagni non tanto attraverso la vendita di prodotti agricoli provenienti dal così tanto strombazzato yield (raccolto) di permacultura, quanto piuttosto dalla commercializzazione di libri, corsi, consulenze, visite guidate ai siti di permacultura, o finaziamenti a fondo perduto. Dove sono i giardinieri in permacultura? Dove sono gli agricoltori in permacultura? Dove sono i coltivatori in permacultura? Anche guardando oltre la Manica e dall’altra parte dell’Atlantico, vediamo che forse solo qualche dozzina di permacultori riesce a vivere con i prodotti dei loro progetti di permacultura. [NOTA: Non parlo del Sud, dove ci potrebbero essere molti altri esempi, almeno prima della rivoluzione verde, anche se non avevano l’etichetta ‘permacultura’].

Si potrà di eludere la domanda celandosi dietro il fatto che la permacultura non ha mai preteso di essere un business, ma una forma mentis, un metodo di progettazione per implementare degli “ecosistemi” sostenibili, che siano di natura agricola, economica o sociale. Certamente. Ma seguitemi nel ragionamento, se è vero che la permacultura si occupa di progettazione di sistemi sostenibili e di facile applicazione, con un tasso di successo accettabile, saremmo in grado di celebrare il successo, almeno in proporzione, dei progetti che vediamo fiorire (o dei sogni di renderli stabili).

La prima risposta, suggerita dalla persona che ha lanciato la questione è che la permacultura è fuffa, un bello specchietto per allodole per sognatori neo-rurali, sfruttati da alcuni guru venali.È un po’ fastidioso, ma non è del tutto falso.

Detto questo, penso che possiamo ragionevolmente eliminare l’ipotesi che permacultura sia  completamente fuffa, nella misura in cui la maggior parte delle pratiche agricole di tutto il mondo possono essere descritte come permaculturali a vari livelli, e fin quanto non sono in competizione con agribusiness dalla rivoluzione verde, riescono a nutrire le persone.

Almeno in teoria, se applicata ai sistemi agricoli, la permacultura dovrebbe funzionare. In poche parole: un sistema agrario che si avvicini a un ecosistema naturale dovrebbe richiedere meno energia e quindi meno lavoro.

Propongo altre tre risposte per spiegare il divario che c’è tra la magia della permacultura sulla carta e le poche storie di successo nel campo. Ce ne possono essere altre, pertanto non esitate a utilizzare i commenti in basso per continuare la discussione.

1. Il mercato è truccato

L’agricoltura convenzionale è sostenuta per quattro volte:

1. dagli agricoltori che lavorano come dei prigionieri e che ci lasciano la salute
2. dai cittadini che pagano le tasse per le sovvenzioni all’agricoltura
3. dal settore industriale che fornisce energia e azoto a prezzi bassi
4. dalla natura e dal suolo che sfruttiamo come se fossero miniere.

Pertanto, un sistema agrario che non ha questi pilastri parte con un grave handicap. O semplicemente un sistema in permacultura:

1. è nato per ridurre la quantità di lavoro richiesto
2. non è a priori sovvenzionato finanziariamente
3. non fa uso di combustibili fossili (tranne forse alla partenza)
4. cerca di rigenerare il suolo e ripristinare gli ecosistemi.

Certamente le pratiche di permacultura avranno il vantaggio di essere aiutate dalla natura, almeno dopo un po’. Ma ponendo troppa fiducia sulla onnipotenza e la benevolenza di Madre Natura – e per questo la ringraziamo e ce ne pigliamo cura – si può credere che possiamo compensare l’handicap di partenza.

La permacultura può uscire da questo handicap quando le sovvenzioni al sistema attuale cesseranno di creare:

1. morte degli operatori per sfruttamento e avvelenamento (e la mancanza di acquirenti)
2. fallimento dei programmi di assistenza pubblica
3. carenza di energia
4. desertificazione.

L’attuale sistema agricolo sembra una trappola, dal momento che blocca lo sviluppo di metodologie alternative fino a quando non sarà del tutto sconfitto, proprio come accade negli alveari: la regina madre blocca la maturazione sessuale delle altre api fino alla sua morte.

2. Fare il contadino è un vero lavoro

Possiamo chiamare “progettista di permacultura” uno che ha fatto un corso di 15 giorni, il PDC, secondo la sigla tanto cara al suo fondatore australiano, utilizzato per trasmettere il suo sapere in 72 ore di teoria con un po’di pratica?
Giusto per fare un confronto, per prendere il BPREA (Brevet Professionnel Responsable d’Exploitation Agricole) ci vogliono 1400 ore, e hai il titolo di capo azienda. Per diventare agricoltore, il percorso è ancora lungo. Con le tecniche sull’unità colturale (UC), hai le basi su come gestire una zona piccola, ma siamo lontani da tutte le competenze che devi padroneggiare se immaginiamo la gestione di ecosistemi complessi in modo ottimale per generare reddito.

Questa è la trappola in cui cadono molti permacultori in erba che non sono cresciuti in una fattoria. Così come non si diventa professori di letteratura dopo che abbiamo visto ‘l’attimo fuggente’, non ci si improvvisa contadini dopo aver letto ‘la rivoluzione del filo di paglia’. Siamo meno figli dei fiori di coloro che hanno fatto il ‘68, ma credo che abbiamo sottovalutato le conoscenze sedimentate negli anni dei nostri contadini (reali), anche se alcune loro pratiche meritano la nostra disapprovazione.

3 – Dall’idea del prototipo alla produzione in serie

Quando vogliamo gestire un paesaggio con i principi di permacultura, al fine di esportare il surplus commerciale (anche se solo con i nostri vicini), non vogliamo solo un ecosistema produttivo e ma anche un sistema abbastanza stabile che vada a regime anno dopo anno. Vogliamo un ecosistema molto produttivo e molto stabile in una fattoria che ci faccia vivere nell’abbondanza, nonostante i rischi ambientali, economici e del clima. E per questo, dobbiamo osservare e pensare con attenzione, ma non è sufficiente. Ci vogliono anni di messa a punto, anche se siamo cresciuti in campagna.

Il design di permacultura offre decine di idee su come organizzare il paesaggio e gli elementi che interagiscono, in modo che ogni spreco diventi risorsa per gli altri elementi, nulla sia mai perduto, ecc. Sulla carta, è tutto bello. E siccome le idee sono basate su un’attenta osservazione del funzionamento della natura, siamo convinti che tutti i progetti dovrebbero funzionare sin da subito. Magari! I libri permacultura sono pieni di belle immagini, ma occorre considerarle come i progetti delle macchine volanti di Leonardo da Vinci: finché non li vediamo volare, sono solo belle immagini!

Da un certo punto di vista, i principi della permacultura possono essere considerati come un insieme di strumenti per l’innovazione agraria (o economico e sociale). Perché mai la permacultura dovrebbe sfuggire alla dura realtà dei costi di ricerca e sviluppo connessi con l’innovazione d’impresa? Come dice mio nonno per avere il 10% di ispirazione, ci vuole il 90% di traspirazione.

In questo contesto, occorre vedere che nessuna tecnica di permacultura ha una vocazione universale, ogni situazione è diversa, che si tratta di ecosistemi naturali, economici e sociali. Tutto ruoterà intorno alla progettazione. Questo significa che difficilmente possiamo delegare tutto a un istituto di ricerca di permacultura che si focalizzi sulla realizzazione di ricette collaudate. Ognuno dovrà dedicare maggiori sforzi alla lunga e difficile fase di progettazione, con probabilmente molti insuccessi e delusioni.

La swale sarà veramente in grado di arrestare l’erosione, e quanta acqua potrà stoccare nel suolo per i miei alberi da frutta? Come faccio a seminare direttamente dietro i maiali? La siepe fornirà abbastanza foraggio perché le capre possano sopravvivere alla mancanza di erba a fine estate? Qual è l’associazione o la rotazione corretta per limitare i danni delle lumache e afidi? Come organizzare un gruppo di acquisto sostenibile attorno al mio lavoro?

Pertanto, spetta ad ogni permacultore prevedere nel proprio progetto un periodo di sviluppo che può prendere fino a dieci anni, soprattutto se si considera che le monocolture sono vietate, e quindi deve essere sviluppato non su un singolo collegamento, ma sul complesso tessuto di relazioni che ci sono nel paesaggio della fattoria.

Alcune conclusioni

Dopo queste tre osservazioni, è meno difficile capire perché così poche persone possono realmente ‘vivere di permacultura‘. Se pensiamo come me che la produzione alimentare dovrà presto operare una riduzione di energia, i principi di permacultura diventano inevitabili, qualunque sia il nome che diamo a loro. Ciò richiede che la permacultura faccia dei progressi e che passi a un forma di maturità, per cui avremo dei veri contadini in permacultura e non solo giardinieri in permacultura.

Per compensare il deficit finanziario, è comprensibile il motivo per cui molti permacultori trovano il modo di sostenere la loro attività in un modo o nell’altro. Attraverso corsi, conferenze, libri o qualsiasi altra relativa attività commerciale o in parallelo. E da questo punto di vista, è meno facile criticare.

Per consentire ai principianti di avere una formazione appropriata, occorrerà formalizzare il periodo di apprendistato. Ogni coltivatore in permacultura dovrebbe prendere sotto tutoraggio un praticante. In cambio, le interazioni benefiche serviranno come finanziamento indiretto. Occorre formalizzare anche gli aspetti amministrativi e finanziari del conseguimento del Diploma, cioè il momento in cui il praticante sarà in grado di gestire un progetto da solo.

Per facilitare lo sviluppo di soluzioni multiple di permacultura, è indispensabile una filosofia open-source di ricerca e sviluppo in permacultura, con la pubblicazione di feedback, lo scambio di risultati o programmi di ricerca in piena collaborazione. Perché anche se ogni situazione è diversa, ci saranno sempre delle somiglianze, e possiamo godere dell’esperienza degli altri.

Traduzione di Marco Matera
Fonte: http://arpentnourricier.org/peut-on-vivre-de-la-permaculture/

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4 COMMENTI

  1. Non è facile rispondere alla domanda “si può vivere di…” . Nel classico mondo d’impresa si fanno i business plan, per avere indicazioni sulla possibilità di successo. Dopo i primi tre anni di start up l’azienda può sperare di proseguire il proprio cammino, sperare… Tutto ciò avviene esaminando una serie di dati statistici, parametri economici, esperienze diffuse e quant’altro che nel mondo della permacultura non esistono ancora vista la sua diffusione limitata.
    L’imprenditore quando avvia la propria impresa si assume il rischio… e così mi aspetto che faccia anche il permacultore che, alla fine, è imprenditore pure lui. Preparazione, passione e coraggio non devono mancare mai in chiunque decida di fare permacultura. Chi lo fa per necessità o mero business, perché non ha scelte diverse, ebbene esso molto probabilmente fallirà, come tutti quellli che fanno le cose per obbligo e non per libera scelta.
    Comunque sia, il fatto di lavorare sempre meno vincolati al grande mercato rende i permacultori meno dipendenti dal sistema ma ricordiamoci che stiamo parlando di applicazioni, tecniche e pratiche, di una teoria il cui successo può essere difficile ma non impossibile. Per sapere di farcela prima di iniziare serve la sfera di cristallo, qualcuno che ce l’ha può condividerla con noi?
    Luca Zanellati

  2. L’articolo è interessante anche se a tratti velato di quello che potrei definire un pessimismo indotto; ma centra in pieno un nodo……… per un vero sviluppo della permacultura credo serva anche un cambiamento socio economico e ora illustro. Ho avuto la fortuna di vivere la realtà rurale del Friùli di metà anni ’70; leggendo oggi di progetti permaculturali mi rendo conto che al tempo un paesino della pedemontana Friùlana era un progetto di permacultura perfettamente efficiente. Ogni paese era formato da una via principale su cui si affacciavano case di due piani; entrando dal portone ci si ritrovava in uno spiazzo in cui si trovavamo vari animali da cortile, una stalla con 4/6 mucche, una porcilaia conigli ecc. ecc. Alle spalle di questo sempre un orto di dimensioni sufficenti a sfamare una famiglia di 8/ 10 individui. I contadini poi avevano i loro campi ad una distanza raggiungibile con un carro trainato da un asino. Potrei continuare nella descrizione ma sarebbe superfluo; il punto nodale è che l’agricoltura è stata industrializzata illudendo gli operatori che questo avrebbe comportato meno lavoro e più resa. Oggi è chiaro a tutti che non è andata così, di fatto siamo tornati ad un modello che definirei del latifondista, dove servono grossi appezzamenti di terreno e ingenti investimenti economici per poter ottenere una resa. Il modello che ho chiamato Friùlano a cui faccio riferimento perchè ho vissuto quello, ma sono sicuro fosse un modello diffuso in tutto il paese, in realtà era molto più efficiente. Esistevano le cooperative i consorzi ecc. ogni unità produttiva conferiva in essi il surplus della propria produzione dopo aver soddisfatto le proprie necessità individuali, ottenendone un ritorno economico, ogni paesello era come un alveare dove ogni ape portava il suo raccolto all’arnia. Quindi in conclusione il modello permaculturale sarebbe sicuramente vincente se si tornasse ad un organizzazione di quel tipo giovandosi delle tecniche permacultive affinate oggi. Alla base di tutto oltre che fare permacultura in una zona, bisognerebbe cambiare il paradigma delle politiche agricole e di produzione degli stati nazionali partendo dalla consapevolezza che l’attuale modello è sbagliato sia come sfruttamento del suolo e delle risorse da esso ricavate, sia come ritorno economico delle energie psico fisiche ed economiche investite.

  3. Centra in pieno una mia riflessione. A volte mi e’ capitato di chiedermi (e per fortuna non lo faccio per lavoro): devo essere veramente inadatto se, con tutte le informazioni che ho immagazzinato sui libri e il tempo utilizzato per i miei progetti, i risultati pratici sono cosi’ scarsi!!
    Sono molto d’accordo con il primo punto dell’articolo: per confrontarci con i risultati dell’agricoltura industriale valutiamo il dispendio energetico che richiede (ad esempio con l’impronta energetica)! Questi risultati sono possibili grazie allo sfruttamento dell’uomo, degli animali e della natura (comprese le energie fossili).
    Vorrei aggiungere una cosa molto importante per me. Per me, vedere la permacultura come una direzione e non come uno stato da raggiungere ha cambiato il paradigma. Quattro anni fa, dopo il PDC volevo applicare i principi imparati. Ho smesso di fare il mio orto biologico tradizionale, imparato dallo zio, che pero’ funzionava. Pur con tutta la buona volonta’ non sono riuscito a fare altrettanto bene in questi quattro anni di tentativi di orti piu’ in linea con i principi della permacultura, ma grazie alle mie prove ed errori, consigli ed al suo savoire-faire mio babbo ha da due anni un orto eccezionale.
    Piu’ lentamente ho apportato cambiamenti nella gestione del piccolo oliveto di famiglia. La cautela e’ stata molta, non mi sono buttato nel trasformarlo in un oliveto in permacultura ma negli anni ho cambiato via via alcuni comportamenti che non andavano in quella direzione. I risultati iniziano ad apparire evidenti anche rispetto ai vicini “tradizionali” pur partendo da un discreto svantaggio. Questo per dire che per come vivo io questo cambiamento, ci vuole tempo. Ma si, secondo me, si puo’ vivere di agricoltura in permacultura quando abbiamo le capacita’ e le esperienze necessarie per farlo.

    • Claudio, grazie di questo fantastico commento. In effetti la permacultura può essere anche vista come un orizzonte, al pari, dico io, della democrazia. Non ne esiste una perfetta ma è comunque il miglior sistema verso il quale andare, consapevoli che merita di essere continuamente perfezionata, pensata, meditata.

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